Le voci del Borgo Vecchio e “un’antimafiache ormai ha poco da raccontare”.Sullo sfondo una città che Giosuè Calaciuravede “nera, ignorante, con una politica vecchiache nasconde la polvere sotto il tappeto”

di Totò Rizzo

“Mio caro figlio, tu che sei lontano, vedessi come è bella stamattina, questa città che a te piace e non piace…”, scrive in una delle sue poesie quell’artista di rara grazia (nomen omen) che è Grazia Cianetti. Il figlio è Giosuè Calaciura, scrittore e giornalista. Che, sebbene i versi materni siano un irretimento di tenerezza struggente ma leggiadra, ormai taglia corto alla maniera di un Tommasino Cupiello eduardiano: “No, non mi piace”. I mille chilometri e i 22 anni che lo separano da Palermo (scelta di vita adulta, a 40 anni, quella di partire per andare a vivere a Roma) non sortiscono alcun barbaglio di nostalgia. Al più, vagheggia un buen retiro nelle Egadi.

Lo si sapeva, da quello che scrive anche sui social, che bisognava quasi munirsi d’elmetto per chiedere a Calaciura l’effetto che fa Palermo vista come da uno di quegli enormi binocoli panoramici che si trovavano un tempo nelle zone collinari intorno alle città. Esule per lavoro (“dopo le esperienze al Mediterraneo e a L’Ora mi è stato negato un futuro professionale qualsiasi”), Giosuè, autore ormai affermato in mezza Europa, amatissimo in Francia, parla di Palermo al netto di ogni amarezza personale.

Un po’ bastian contrario, proprio come Anselmo, tuo padre (per anni capo della Cultura, della Cronaca e inviato del Giornale di Sicilia e negli ultimi tempi direttore de L’Ora).

“Vissuto come un corpo estraneo, piuttosto. Sì, un po’ come mio padre, stesso approccio critico con la realtà cittadina, uno sguardo anche puntuto. E dunque scomodo, disarmonico, dissonante con le verità ufficiali. Una volta che non puoi più manifestare questo pensiero su un giornale, che fai?”.

I giornali che cosa raccontano di Palermo?

“I giornali hanno avuto una benevolenza eccessiva, in questi ultimi anni, nei confronti della città e della sua amministrazione. Un atteggiamento compatto della stampa nazionale, figuriamoci quella locale. Hanno raccontato altro, non la realtà. Hanno cavalcato la negazione dell’evidenza, assecondato la polvere nascosta sotto il tappeto da una politica vecchia, sdrucita, di sbracata ignoranza. Hanno dato spago alla Palermo dello spot Red Bull, alla città narcisa che si ammira nello specchio di Manifesta e nelle sfilate di Dolce & Gabbana”.

Dietro le quinte, invece…

“Come si fa a non intuire che se una città, durante una pandemia, è prima per contagi, la colpa non è soltanto della movida incontrollata ma che a monte, forse, c’è un problema etico, culturale, di sfiducia nelle istituzioni, di scolarizzazione deficitaria? Come si fa a considerare città, per tornaconto elettorale, solo quella che va da via Notarbartolo alla Statua, a dimenticare quella che Salvo Licata chiamava la città nera, la Palermo che nel bene ma anche nel male si fa il mazzo, sperando di rubare un giorno in più alla morte?”.

Ce l’hai con Orlando, par di capire.

“Una volta gli ho dato del Cagliostro e si è offeso moltissimo. Il sindaco fa vedere il bicchiere pieno quando è desolatamente vuoto. La città dei morti insepolti, delle bare accatastate ai Rotoli, di mille cristiani che marciscono sotto la pioggia e il sole: proprio da noi, che per quella ricorrenza chiudiamo perfino le scuole. Cosa c’è dietro? E la costa totalmente privatizzata, cui non possono accedere quelli che con termine classista, dispregiativo vengono chiamati mao-mao o Totucci perché l’arenile è tutto un circolo con quote associative da 7 mila euro l’anno? Per non parlare dei grandi progetti sulla viabilità, sui trasporti pubblici, del tram: la barzelletta finale. Tutte chiacchiere che spostano l’attenzione dal vero problema”.

Che è…?

“Quello di un’ingiustizia non ancora risolta, di una città spaccata in due, di una sperequazione perenne, c’è chi ha tutto e c’è chi non ha niente”.

Il tema della cultura è stato un cavallo di battaglia di questi ultimi anni, sembrava quasi una via salvifica per il riscatto della città.

“Sarò fatto all’antica ma non riesco a scindere il concetto di cultura da quello di giustizia sociale. Cos’è cultura? Una classe dirigente dozzinale che si fa bella con gli eventi internazionali? Gli intellettuali a busta paga per la cura di questa o quella mostra o per un ufficio stampa? Cultura sono forse gli abbonati del Biondo o del Massimo? Ripeto: la rifondazione parte dall’etica. È l’etica che ti dà il senso del dovere, del fare, ma anche del pudore, della vergogna, del rossore. Oggi Palermo è una città eticamente ignorante. È stato un percorso darwiniano: i vicerè, la mafia, la Dc, il peronismo”.

Quanto si paga ancora di dazio alla incultura mafiosa?

“Qualche tempo fa, al Borgo Vecchio, un tizio si lamentava: puru ’a mafia n’abbannunò. In effetti Cosa Nostra non ha più saldamente in mano la barra della città. Sul fronte opposto, l’antimafia si è rivelata permeabile a compromessi, ricatti, traccheggi e certe sue professionalità, screditandosi, hanno ormai poco da raccontare. Oltre quella mafiosa, bisognerebbe abbattere la cultura del privilegio: Palermo, purtroppo, vi si regge ancora”.

Vincono sempre i più forti, insomma.

“C’è una città che non gioca, che sta sempre in panchina, invisibile anche se è numericamente maggioranza. C’è chi dice che Palermo sia una città sudamericana. Aggiungo io: quando c’era il Sudamerica”.

Che ci aspetta, adesso?

“Il cerchio orlandiano si è chiuso e sta già lasciando spazio alla Lega, a una destra peggiore di quella berlusconiana, a razzismi in salsa palermitana. Temo il peggio”.

Nessuna ragionevole o irragionevole speranza, un lampo d’ottimismo?

“I giovani che per gran parte però vanno via ma io spero siano un patrimonio temporaneamente dislocato altrove. È necessario che riempiano la mente e gli occhi, di questo altrove, e di replicarne il buono qui, allorquando tornassero, con un bagaglio di consapevolezza, di lucidità, di nuova visione del mondo. Altrimenti avrebbero lo stesso sguardo spento e limitato di qualsiasi attuale assessore”.

Questa città, che non ti piace, ti ispira comunque ancora?

“Potrei raccontare di mondi lontanissimi ma ogni volta che metto mano alla tastiera mi rendo conto che Palermo c’è sempre”.