Una vita per il palcoscenico, il cinema e la tv.A 68 anni per Sperandeo è tempo di bilanci:“Se fossi nato in America, chissàmagari una nomination l’avrei anche presa”.Il rapporto con Gigi Burruano e il sodaliziocon Giovanni Alamia: “Altro che volgari…”

di Totò Rizzo

Dal momento che la vita non è la fantasia cinematografica di Sliding doors né il giochino telematico di Second Life, Tony Sperandeo sta al gioco e parte subito in quarta con un “chissà cosa sarebbe successo”. «Esce Mery per sempre di Marco Risi, era il 1989, avevo 35 anni – racconta –. Tullio Kezich recensisce il film e scrive: “Fosse nato sotto altri cieli, Tony Sperandeo sarebbe un attore da Oscar”. Invece ero nato sotto questi cieli. E l’America era lontana. Chissà se fossi andato, se avessi provato, oggi magari sarei stato un buon caratterista, avrei potuto sentire profumo di Oscar, anche solo sfiorare una nomination. Ma a 35 anni mi sentivo già vecchio, figurarsi a 68…».
È andata così, senza rimpianti. Senza trucchi o effetti speciali, porte girevoli o personaggi animati, Sperandeo ha vissuto una vita che ne contiene tante altre, non solo grazie ai suoi personaggi ma anche attraverso le sue scelte, oppure tante vite racchiuse in una. È andato, tornato, ripartito, cambiato più volte case, amori, set, ha gioito e sofferto (molto), acciuffato o sprecato occasioni. «Quest’ultima una specialità dei palermitani o di gran parte di loro, capaci solo di piangersi addosso, di dare la colpa all’essere nati in periferia o di non riuscire realmente staccarsi dalla propria terra».
Oppure campioni nell’arte del dissipare i propri talenti, un po’ come hanno fatto lui e suo compare Gigi Burruano. «A questa teoria credo di meno. Forse vale per qualcuno della mia generazione, i giovani oggi sono più attenti, salgono sul primo aereo che decolla e poi magari afferrano la prima coincidenza sperando sia quella giusta. Non che io e Gigi non abbiamo sprecato occasioni, è stato soprattutto il cinema però che ci ha dato popolarità e successo, se penso che sul set io, per esempio, ho cominciato coi fratelli Taviani nell’81… Sì, forse qualche occasione è andata perduta ma per alcune è stato meglio così, per altre se potessi tornare indietro ci ripenserei».
Però 120 film, una serie di fiction di successo (quasi 250 puntate soltanto nei panni del sovrintendente Sciacca de La squadra) e periodici ritorni in palcoscenico, non sembrano bilancio da rimpianti. Qualche cruccio, quello sì: «Il destino di essere spesso considerato, nonostante tanto lavoro, un attore nato in borgata, un interprete stretto nel perimetro del cosiddetto popolare o comunque della sicilianità. Sfatiamo intanto, senza alcuna puzza sotto il naso, l’etichetta del popolare. Conosco Burruano perché abitavo in via Costantino Nigra, là dove abitava Rori Quattrocchi che era amica di mia sorella. Il mio ruolo ne La coltellata, in teatro, nasce così. E Gigi mi fa debuttare nel gruppo dei ragazzi presi dalla strada, dalla Vucciria. Da lì il marchio. Ancora di più con le canzoni scritte e cantate con Giovanni Alamia. Che per molti erano volgari e invece erano poesie. “U mircàtu ca sfoggia ’nta chiazza, l’abbannìi ca ntruònanu l’aria, l’ammuttùni di cianchi cu cianchi, ’nto ’na strata ’i balati ammargiàti. E i linzuòla stinnùti chi canni sunnu macchia splinnenti ’nto cielu, picciriddi chi cula ’ntall’aria a ’nsignarici ’a grascia a lizìoni”. Con tutto il rispetto, c’è nulla da invidiare alla Vucciria di Guttuso?».

Se un rimpianto c’è, è per quel cinema che non c’è più, per lui che ha recitato coi grandi vecchi (Loy, Taviani, Squitieri, Giacomo Battiato) e poi con quelli dell’allora nuova generazione (Risi jr., Ricky Tognazzi, Oldoini, Soavi, Milani) quando «in Italia si facevano 200 film all’anno e oggi solo qualche decina». Ha imparato che non c’è mai un momento ma ce ne sono tanti e le occasioni le devi cogliere tu: «Ho pensato che fosse arrivato il mio quando, ne Il muro di gomma, Risi mi offrì solo due pose però poi, quando andava a presentare il film, in quei pochi minuti di trailer le mie uniche due c’erano entrambe».
Nella vita alberga a volte il rammarico per taglienti acuti di dolore, dalla tragica morte della moglie («mi ha segnato per sempre e non voglio pensarci perché mi fa ancora male ma non ho alcun rimpianto per non aver messo su una nuova famiglia») ai figli che gli sono cresciuti lontano («ma che adesso guardo adulti con orgoglio: Priscilla sta aprendo un ristorante a Milano con il suo compagno e Tony fa l’assicuratore a Palermo»).
Non crede alle seconde chances, Sperandeo. Piuttosto ad aprire con risolutezza porte mai aperte, afferrare la maniglia ed entrare. Quale porta vorrebbe aprire, adesso? «Vedo che i giovani attori, dopo un paio di film da protagonisti, passano già dietro la macchina da presa, come se fare il regista fosse semplice. Adesso piacerebbe anche a me, ma con 68 anni all’anagrafe e più di cinquecento presenze sui set. Finora non ho smaniato, non mi sono adoperato più di tanto, ci vorrebbero un produttore e un distributore che credessero nel mio progetto». Intanto è tornato a recitare per e con Ficarra e Picone nella loro opera prima di serialità targata Netflix, Incastrati, e per Alessio Lauria, quarantenne regista di Una boccata d’aria, protagonista Aldo Baglio.
E nuove porte da aprire, maniglie da girare ancora nella vita? «Vorrei tornare a Palermo, magari per viverci. L’ho lasciata per Napoli (ci ha vissuto sei anni per le riprese de La squadra, ndr.) e per Roma. Ma anche per fare qualcosa in teatro, chissà. L’ho vista poco, la mia città, quando sono venuto a lavorare sul set di Ficarra e Picone». Ecco, appunto, l’ha vista poco, così com’è. «E io dovrei forse scantàrmi per un po’ di munnizza? Qui a Roma ho casa sull’Aurelia, se mi affaccio in questo momento sono certo che i cassonetti per strada sono stracolmi».