Quei mesi del ’93,quel libro da scrivere sulla mafia,u zu Pietro e u pisci vivu…

di Enzo Mignosi

Al tramonto la baia si colorava di rosso fuoco mentre il sole scivolava lentamente oltre la linea dell’orizzonte. Quando, sul tardi, faceva buio, restava tutt’intorno la voce del mare, lo sciabordio rilassante delle acque che si infrangevano sui ciottoli ghiaiosi della spiaggia e poi tornavano indietro e poi ancora avanti, in un movimento inesauribile che sembrava un bisbiglio leggero e sprigionava profumo d’infinito. Era uno spettacolo divino. Pensavo che quello fosse il Paradiso. Lo era.
Non dimenticherò mai l’estate del 1993 a Finale di Pollina, tra Cefalù e Tusa. Ero con mia moglie, Connie, e i miei due figli, Alessandro e Valeria, allora bambini ma già animati da una naturale vocazione per la vita di mare. Luglio e agosto. Due mesi di poesia. Uno in ferie, l’altro in aspettativa. Mi serviva tempo per finire il mio primo libro, un saggio sui rapporti tra mafia e Chiesa che avevo appena cominciato. Dovevo consegnarlo entro settembre.
Avevamo preso in affitto una casa al secondo piano di una palazzina rustica che si affacciava sul litorale. Al di là del balcone si apriva una terrazza incredibile, che sembrava sospesa sulla costa turchina. Il panorama era un incanto. Il mare era una distesa immensa di un blu ceruleo, quasi sempre calmo, come fosse protetto dal maestrale, e solo a tarda sera, quando le luci delle lampare brillavano lontane lanciando segnali di vita, si increspava appena sotto il soffio di un vento leggero.
Le lampare furono la mia compagnia di ogni sera. Puntini luminosi che si muovevano e si fermavano con ritmi irregolari. I pescatori della zona si allontanavano per poche miglia e passavano a setaccio il mare.

Avevo stretto amicizia con zu Pietro, un uomo anziano con occhi generosi e il viso pieno di rughe, scavato dall’età e da una vita di fatica in mare. Usciva ogni sera con il figlio sulla sua piccola imbarcazione a motore, Cristiana, mantenendosi non troppo lontano dalla costa, in uno specchio d’acqua che riteneva più pescoso e dove sperava di poter catturare con le reti qualche preda pregiata. Rientrava all’alba. Il tempo di sistemare le cassette di pesce a un angolo della strada statale e subito si radunava una piccola folla di acquirenti. Non ricordo di aver visto altro che calamari, seppie, sarde e qualche polpo. Non erano grandi quantità ma sulla freschezza – ovviamente – non si discuteva. E zu Pietro ripeteva con orgoglio sempre il solito ritornello: Chistu unn’è pisci friscu, chistu è pisci vivu. Era il mio fornitore ufficiale. Per me aveva sempre un occhio di riguardo.
Quell’estate era cominciata con la magia del paesaggio ma le bombe di Milano e di Roma di fine luglio (dopo quelle di maggio a Firenze) l’avevano avvelenata. Maledetta mafia. Non c’era niente da fare. Sembrava un destino segnato. I suoi orrori mi inseguivano ovunque mi trovassi.
A Finale di Pollina facevo l’ordinaria vita del vacanziere. Niente di che. Al mattino tutti a mollo, in condizioni di quiete, niente a che vedere con l’orda di barbari che oggi affollano spiagge e coste palermitane. Stavamo tranquilli, senza rumori molesti, senza schiamazzi intorno. Quel mare aveva un sapore e un profumo particolari. Almeno, così mi sembrava. Facevamo lunghe nuotate in parallelo alla costa, per non allontanarci troppo. Ogni tanto mi concedevo qualche immersione, non oltre i quattro metri. Non era granché ma mi sentivo il re del mare. Niente mi dava più gioia che il contatto fisico con l’acqua, arrivare a un passo dai fondali, vedere piccoli pesci guizzare in banchi tra la flora marina, guardare dal basso la superficie che ondeggiava sopra la mia testa. Erano momenti di pura felicità. Tornavo a casa poco dopo mezzogiorno con una forte sensazione di appagamento, sfiancato ma rilassato, come se avessi preso un tranquillante.
Nel pomeriggio mia moglie e i bambini tornavano in spiaggia e io mio dedicavo alla scrittura, anche se non era facile in quel contesto mantenere alta la concentrazione.
Ma all’ora dell’imbrunire, quando il crepuscolo spegneva le fiamme del tramonto, nella terrazza che sovrastava il mare si spalancava ai miei occhi quello spettacolo mozzafiato che dava una scossa all’anima. Scendeva la sera, e allora capitava che prendessi la chitarra e nel silenzio cominciassi a suonare. Musica dolce, distensiva, in assoluta armonia con la meraviglia che mi stava attorno.
I bambini, stanchi, andavano a letto presto. Restavamo io e Connie a fissare dalla terrazza quella massa scura che borbottava accompagnata da un movimento cadenzato. Sembrava che il mare dormisse. Ma era sveglio, pronto a vivere un’altra notte di luci che danzavano, di reti, di schizzi d’acqua, di aria umida intrisa di salsedine. Un’altra notte di lampare. Un’altra notte di magia.