La rivelazione della giornalista palermitanache gestisce gli uffici stampa dei vip:“Ogni mattina mi sveglio felice”E ricorda la nascita del sodaliziocon Ficarra e Picone:“Un patto che nacque a Mondello”

di Angelo Scuderi

“Ti prometto che lavorerai con noi”. Una cosetta buttata lì, a margine di un’edizione del Windsurf World Festival, quasi a volere ripagare la fiducia concessa per essere del cast di spettacoli che rendevano mondana una delle più belle manifestazioni sportive del mondo. Sullo scenario di Mondello si consumava quel patto tra palermitani che annusandosi avevano intuito che il loro confine non sarebbe stato per tutta la vita via Messina Marine. Personaggi in ordine di apparizione: da un lato Giusi Battaglia che porta già nel cognome una parte consistente della sua identità, dall’altra Ficarra e Picone, fratelli d’arte e di vita che hanno intravisto nella giovane ed esuberante giornalista l’ideale terza sorella da far salire a bordo.
E la cosa bella è che a quella promessa hanno creduto tutti e tre. Se vogliamo, è una delle tante sliding doors della vita di Giusi che, tuttavia, a provocare il destino ci ha sempre messo del suo. Valigia pronta quale regola di vita, sano realismo e voglia d’avventura. “Già a 23 anni avevo maturato l’idea di lasciare Palermo, non vedevo possibilità di emergere – ricorda Giusi con quel pizzico d’orgoglio di chi oggi può dire di averci visto giusto -. Io ricordo tutto, il discorso con Ficarra e Picone avvenne il 16 maggio, a luglio mi sono laureata, il 17 settembre pagai 80 euro di eccesso bagagli e partii. C’era tutta la mia vita in quelle valigie, i miei sogni e le mie poche certezze. La più forte di esse e che non sarei tornata indietro sconfitta”.
Che poi il confine tra vittoria e sconfitta è quella sottile striscia di terra che spesso fa pensare che un passo fatto in una direzione piuttosto che un’altra cambia per sempre la tua esistenza. Ed ecco che per magia ricompaiono Ficarra e Picone che qualcosina tra Roma e Milano avevano fatto e avevano La matassa quasi pronto per le sale. Se la promessa è un debito figurarsi cosa può essere tra conterranei che hanno stipulato un patto di fratellanza. Comincia così la carriera di Giusi nel mondo degli uffici stampa cinematografici, un ingresso che non era scontato portasse immediatamente al successo. Le risate in sala, gli incassi al botteghino ma anche un indispensabile e accurato piano di promozione proiettano Ficarra e Picone sulle prime pagine dei giornali. E il nome della biondissima Giusi comincia a fare il giro negli ambienti che contano. Dicevamo del destino, chiamatele coincidenze se volete, ma badate bene c’è sempre quel pizzico di intraprendenza che poi fa la differenza. Come quando, una sera Giusi è a cinema a vedere Benvenuti al sud. “Un’operazione intelligente, con alcune affinità con il cinema di Ficarra e Picone. Vedevo Siani e pensavo: mi piacerebbe lavorare con uno come lui. Una persona vicina a Siani lo seppe e mi procurò un appuntamento a Roma. Nacque così un’altra opportunità, un altro sodalizio. E una costante che mi porta a dire grazie a chi ha creduto in me”.

L’incontro con Tornatore ha invece seguito un altro percorso, ma fa sempre parte di quella spirale di relazioni di cui si nutrono spesso le carriere di gode di buona reputazione. Cos’è in questo ambiente la reputazione? Quella cosa che si costruisce giorno per giorno, con serietà e senza spocchia, promettendo ciò che si può raggiungere, riducendo il gap tra risultato e aspettative sino a portarlo a zero. e questo fa Giusi, tanto che Medusa, che l’aveva già sul mirino, la ingaggia per l’anteprima di Baaria, il racconto sentimentale di Peppuccio nostro.
Antonino Cannavacciuolo l’ha invece conquistato con una mossa spudorata. “Vidi Cucine da incubo, il suo primo programma televisivo. Format azzeccato che viveva sul suo personaggio. Per lui lavorerei anche gratis, lo pensai e lo dissi. Mossa avventata perché la persona che mi stava accanto mi diede il suo numero di telefono. Quasi una sfida. In sintesi: feci tre colloqui, alla fine mi presero. Cannavacciuolo è uno che rimane nel cuore. Nel suo sguardo profondo e sincero e persino nelle sue boffe che sono ormai un marchio di fabbrica c’è tutta la sua spontaneità, il suo essere un passionale e verace uomo del sud”.
Passo dopo passo, un successo dietro l’altro, Palermo che si allontana sempre di più.
“Io amo la mia città e ne porto dentro suoni, colori e odori. A Palermo vivono parte dei miei affetti e i miei amici. Ma oggi posso dirlo, sono felice di avere rischiato e non mi riferisco soltanto alla scelta di mettermi la Sicilia alle spalle. Quando mi chiamarono Ficarra e Picone lavoravo a Milano per un’agenzia di comunicazione. Lasciai il certo per l’incerto, fidandomi dell’istinto che mi portava verso una direzione che mi faceva più felice. Posso dirlo senza pudore, oggi quando mi sveglio sono felice”.
Uno stato di grazia raggiunto anche in virtù di altre scelte azzeccate. Una per tutte, l’uomo che le sta accanto da qualche anno, il padre dei suoi gemelli Marco e Luca. “Il nostro è un esempio di contaminazione, Sergio è napoletano, un napoletano atipico, prevalentemente riservato e silenzioso che vive a Milano da 26 anni ed è innamorato della Sicilia”. Immagino che la vita con due gemelli, all’inizio non sia stata semplicissima. “Vero, a Milano ero sola e dovevo continuare a lavorare. Ma non c’è scelta, noi procreiamo e noi dobbiamo risolverci i problemi, è la storia di tutte le madri, dobbiamo saperci sdoppiare. Mi ricordo che un 8 gennaio (ritorna la mania per le date, ndr) mi tiravo il latte in treno per non perdere una riunione importante e non lasciare nei guai chi accudiva i gemelli. Ogni problema ha una soluzione, lo impari con l’esperienza”.
Forse nasce anche da questa benedetta esperienza la second life di Giusi che non si è persa d’animo davanti alla brusca frenata imposta dal Covid. “Nel 2020 avevo un programma di lavoro impegnativo, due tour teatrali e due film in uscita. Zero, di punto in bianco”.

Coraggio, andiamo con un’altra data cruciale. “Il 21 marzo ho postato sul mio profilo Instagram alcune foto di pezzi di rosticceria cucinati da me. A me piace cucinare, avevo tempo libero, mi sono ricordata delle mie radici. Quelle foto le vide il direttore di Real Time, Gesualdo Vercio – peraltro siciliano come me, di Caltavuturo – che guarda caso pensava di fare un programma di cucina pensando al seguito che avrebbe potuto avere durante il lockdown. Cominciammo a parlare, io pensavo di fare l’autrice, lui mi voleva come conduttrice. Provammo a realizzare una puntata pilota con tre mie ricette. Girammo con un I-phone, credo sia il primo programma da studio girato con un cellulare. Vercio mandò in onda quell’esperimento e abbiamo fatto il botto: 3,5% di share, la rete di solito si attestava attorno allo 0,60%. Spinti da questo risultato cominciammo ad attrezzarci meglio e facemmo altre 6 puntate”.
E così nacque Giusina in Cucina, un format che ormai ha un suo fedelissimo pubblico e che è diventato in pochissimo tempo un vero e proprio caso editoriale. Oggi rispetto a quella rudimentale puntata pilota Giusina non è soltanto in cucina ma proprio su un altro pianeta. Troupe dedicata e registrazioni anche fuori dallo studio. “Recentemente siamo stati a Favignana. Posso dire che mi sono emozionata per l’affetto della gente? Questo è un altro tassello della mia felicità e non parlo della popolarità che certamente fa piacere, ma della possibilità di fare cose che impegnano la mia testa ma anche il cuore. Mi scrivono da tutta Italia, dal Friuli come dal Veneto o dal Trentino, e quando mi dicono che fanno le sarde a beccafico o lo sfincione come i siciliani, che posso farci, quasi mi commuovo”.
Con la cucina aveva già una certa familiarità o dobbiamo gridare al miracolo? “No, nessun miracolo. Mi ha insegnato mia madre Carolina, guardavo e facevo, ma cucinare è sempre stata una mia passione. Vi dico l’ultima: in autunno uscirà il mio primo libro di ricette per Rcs. Adesso capite quando dico che sono felice?”.

Ps – A margine di tanta felicità, vi racconto un’altra di quelle porte girevoli che hanno fatto la fortuna di Giusi. Era il 2004, da responsabile comunicazione del Palermo Calcio cercavo un addetto stampa. Era il primo anno di serie A, l’idea era di dare all’ufficio stampa una veste moderna e meno convenzionale. Venivamo da operazioni di straordinaria efficacia comunicativa, dall’album Panini dedicato alla storica promozione al cofanetto celebrativo con le spillette da giacca. Giusi si propose, non aveva un curriculum da specialista del settore, ma dal colloquio emergeva che avrebbe saputo mettere le mani anche su quella materia. Proposi la sua assunzione, Zamparini era d’accordo, il suo stato maggiore lo ritenne una bestemmia. Pochi giorni dopo, per inaccettabili limiti di autonomia professionale, interruppi il mio rapporto con il Palermo. E lo stesso stato maggiore fece una scelta che è meglio dimenticare. Cara Giusi, a distanza di 17 anni, fu o non fu una stratosferica botta di…