Il ritratto di Tomasini, uomo e artistache danza sulla trasgressione.“La vita è spesso banale,sono stato costretto a teatralizzarla.Il senso del pudore? Non lo conosco.Ho fatto coming out a 14,il discorso con i miei genitori è durato 3 giorni.Quella volta che tornai a casasanguinante e a brandelli:un fidanzato geloso non sopportò l’abbandono”

di Totò Rizzo

«Spudorata!», si diceva un tempo e c’era un chiaro distinguo sessista perché un maschio era raramente spudorato e il termine ne sottolineava comunque una ribalda vocazione avventuriera, negli affari, ad esempio, o nelle consorterie virili, nei sentimenti al più lo era per un approccio audace, e «spudorato» era al massimo un sussurro di imbarazzo da parte di lei, mentre «spudorata!» (esclamativo) era invece un marchio a fuoco di donna leggera, di costumi licenziosi, di presunta traviata.
Di spudoratezza come trasgressione ai codici, accelerazione proibita contro i limiti di velocità della morigeratezza, come eresia contro un’unica, granitica morale è specialista Ernesto Tomasini, uomo e artista, nella sua vita e sul palcoscenico, performer a 360° (attore, cantante, danzatore, cabarettista in senso nobile e plebeo, interprete concettuale e visivo), palermitano cosmopolita con base a Londra e buona porzione di cuore nella sua città.
Spudorato più nella vita o in arte?
«Non credo ci sia mai stata soluzione di continuità, la vita ha supportato l’arte e viceversa nel mio andare controcorrente, se vogliamo dirla così. Nonostante le sorprese belle o brutte che ti fa, la vita è spesso un cliché, è banale. Per cui mi sono visto quasi “costretto” a teatralizzarla, a caricare ogni evento che in sé avesse una semplicità quotidiana, a cercare l’iperbole ad ogni costo. Preferisco un amico che impennacchia di bugie, di fanfaronate, il racconto di una cosa che gli è accaduta piuttosto che un altro che mi descrive pedissequamente la propria giornata».

Quando ha capito che il comune senso del pudore non era il suo?
«Molto presto. Per fortuna sono cresciuto – figlio unico – in una famiglia piuttosto libera, mai costrizioni da educazione cattolica, mai pudori sulla nudità, ad esempio, una cultura progressista, insomma, poi i viaggi già da adolescente, a 13 anni a Londra, a 16 a New York. Lo stesso coming out l’ho fatto a 14 anni, c’è stato un confronto che è durato tre giorni, è vero, ma nessun dramma, solo apprensioni di tipo genitoriale nei riguardi del mondo esterno. Erano pur sempre gli anni Settanta. E anche perché di preoccupazioni ne ho comunque date. Sono scappato di casa la prima volta a 14 anni con una mia cugina che voleva partecipare ad un concorso di bellezza contro il volere dei suoi e decisi di accompagnarla. Qualche anno dopo mi ritirai a brandelli e sanguinante perché un giovanissimo fidanzato passionale e malavitoso non aveva retto all’idea d’essere lasciato ed era andato giù di coltellate».
Più spudorato in quella Palermo o dopo, fuori confine?
«A Palermo c’erano come due vite parallele, pur non nascondendo niente di me. C’è stato un periodo – per far capire meglio – che la mattina facevo il servizio civile come obiettore di coscienza al Centro Valdese alla Noce, di pomeriggio studiavo all’Università, la sera recitavo gli autori impegnati al Teatro Libero, poi scappavo a fare il cabarettaccio nelle pizzerie e finivo le mie notti nel battuage omosessuale di via Libertà e traverse. A Londra, di lì a pochi anni, sarebbe stato tutto più “normale”, non ci sarebbe più stato il sapore della trasgressione. A Palermo in quel tempo non c’erano ancora locali gay e le avventure omosessuali te le trovavi in quell’estenuante battuage post mezzanotte».
A Londra invece liberi tutti?
«Era molto diverso. A cominciare dalle droghe. Non sono mai stato un habitué, né sono diventato un dipendente ma posso dire di averle provate tutte. Per il sesso poi nessun problema: mi sono esibito per tanti anni, dai 21 in poi, nei club gay. Anche se l’esperienza più curiosa è stata quella dei locali fetish. Non ho mai avuto grande propensione per il sadomaso ma tanto io ero stato scritturato per cantare: sì, cantavo arie barocche con un quartetto d’archi mentre i master frustavano gli slave. Era un locale molto rinomato e assai ben frequentato, ricavato in una bellissima cripta di una chiesa sconsacrata».

Cos’è il tabù?
«L’unico tabù è quello che non ti piace fare. Credo di non averne mai avuti. Esempio: in amore mi piace tradire ed essere tradito. Se per l’altro non è un problema… Il sesso di gruppo è forse un tabù? A me piace tantissimo, l’ho sperimentato molto prima che arrivasse internet con quest’orda di pazze scatenate che sulle chat vorrebbero fare di tutto con tutti».
Dove si oltrepassa il limite?
«Nelle perversioni ovvero in quelle pratiche in cui l’altro non può esprimere la propria volontà: pedofilia, necrofilia, zoofilia. Quello è il proibito».
Un aneddoto estremo ma buffo.
«Londra, grande teatro del West End, musical di grossa produzione. Durante gli applausi finali, sto facendo sesso veloce con un tecnico in camerino. È il mio turno, il direttore di scena urla il mio nome. Arrivo trafelato alla ribalta e il trionfo si trasforma in un turbinio di risate del pubblico, dell’orchestra, dei ballerini, degli altri attori: la… passione aveva lasciato i segni su trucco e parrucco».
Chi sono le sue sue muse spudorate?
«Ma no, non sono poi così spudorate né lascive: le dive della Hollywood anni ’30 e ’40. Su tutte Mae West: le sue commedie hanno quasi un secolo ma sembrano scritte oggi. E, su un orizzonte diverso, mi ispirano i grandi artisti visuali con cui ho lavorato in performance proposte nei più grandi musei del mondo, da Ron Athey a Peter Christopherson, maestri della body art».
Cos’altro le piacerebbe esplorare?
«Mi piacerebbe realizzare due cose già finite e rimaste al palo per colpa della pandemia. Un monologo in siciliano ispirato a Massimo Milani, attivista storico lgbt, un racconto surreale, onirico su una creatura straordinaria che è uomo e donna, carne e pesce. E poi far uscire la mia biografia scritta in inglese, commissionata da una casa editrice tedesca. Nessun’altra trasgressione, nessuna nuova spudoratezza. In questi ultimi tre anni, passati a Palermo, sono diventato una sorta di brava ragazza che si occupa dell’anziana madre bisognosa di cure».