La Casina Cinese e gli artefici per soddisfare  un sovrano che conosceva l’erotismo del gusto. E che detestando gli odori delle cotture  fece trasferire le cucine in una sede esterna, quella che oggi ospita il museo Pitrè.

di Laura Compagnino

L’ erotismo del gusto lo conosceva bene. A tavola come a letto, Ferdinando I di Borbone aveva un robusto appetito, amava il cibo alla stessa maniera in cui amava il sesso. Durante il suo soggiorno a Palermo, nelle bellissime stanze della Casina Cinese, diede libero sfogo al suo spirito godurioso se non lussurioso, come lo ritenevano i suoi detrattori. L’appagamento dei piaceri del gusto stava molto a cuore al sovrano che però detestava sentire gli odori della cottura del cibo. E per non esserne infastidito, volle che le cucine fossero realizzate in una zona esterna al palazzo, in quel corpo basso accanto all’edificio principale, che allora ospitava la servitù e oggi è la sede del museo Pitrè.

 Per anni si è pensato che la cucina fosse soltanto una, quella identificata e ricostruita dal primo direttore del museo, Giuseppe Cocchiara.  I recenti lavori di ristrutturazione hanno consentito di fare una scoperta sorprendente: spostando l’allestimento di un vecchio presepe è apparso per caso un ambiente subito identificato come la cucina reale. Per soddisfare il palato esigente di Re Ferdinando erano state progettate infatti due zone diverse, una probabilmente adibita alla cottura dei dolci e l’altra per la lavorazione degli altri alimenti. La cucina reale oggi è aperta e suscita una forte emozione perché tutto è rimasto integro. 

Sono visibili i fuochi, le stoviglie, gli utensili, ci sono bellissime giare, anfore decorate, vasi con forme zoomorfe. Un grande forno al centro dell’ambiente ricorda quanto all’epoca per tutti, incluso per i reali, il pane fosse elemento essenziale della dieta quotidiana. Sul bordo di una finestra spicca una gabbietta che al tempo ospitava un uccellino. Il malcapitato era un salvavita ante litteram dato che sarebbe stato il primo a morire in caso di una fuga di gas. In questa cucina ricca di maioliche, si sperimentò la forchetta come la conosciamo oggi. Il ciambellano Gennaro Spadaccini ebbe l’idea di creare una forchetta più corta di quella allora esistente, curva, meno appuntita e soprattutto con 4 rebbi invece di 3. In questo modo il Re riuscì ad addentare con maggiore facilità i vermicelli di cui era ghiotto al punto da offrirli anche in occasione dei banchetti ufficiali. Per consentire al sovrano di mangiare al riparo da occhi e orecchie indiscreti, fu realizzata una tavola matematica sulla scorta del table muovant inventata da Loriot e fatta installare da Luigi XV nel Petit Trianon, nei giardini della reggia di Versailles. 

I piatti preparati nelle cucine venivano portati sino alla Casina Cinese attraverso un sistema di cunicoli sotterranei e grazie a un industrioso meccanismo ligneo dotato di funi, pulegge e carrucole, arrivavano direttamente sulla tavola dotata di fori e già apparecchiata. In questo modo Ferdinando poteva intrattenersi con i commensali in massima riservatezza, probabilmente anche con Lucia Migliaccio, la nobildonna siciliana per cui perse la testa, al punto da sposarla morganaticamente alla morte della consorte, la Regina Maria Carolina D’Austria. “Il Museo Pitrè – commenta la direttrice Eliana Calandra –  è stato sottoposto negli ultimi anni a un accurato restauro ed ora è pronto a riaprire al pubblico col nuovo allestimento, che presenta alcune novità rispetto al precedente. Una delle quali è proprio la possibilità di visitare la seconda cucina reale della Palazzina, venuta alla luce durante i lavori di restauro. Ma abbiamo voluto anche realizzare un abaco della memoria per il fondatore del Museo: una sala in cui è ricostruito il suo studio, con la scrivania che gli fu donata dagli amici più cari, la piccola biblioteca, il suo ritratto, dipinto da Eleonora Arangi, persino i suoi oggetti d’uso quotidiano: penna e calamaio, quaderni d’appunti, occhialini. Un omaggio al medico ed etnoantropologo che salvò dall’oblio testimonianze preziose della nostra storia collettiva”. 

Sono visibili i fuochi, le stoviglie, gli utensili, ci sono bellissime giare, anfore decorate, vasi con forme zoomorfe. Un grande forno al centro dell’ambiente ricorda quanto all’epoca per tutti, incluso per i reali, il pane fosse elemento essenziale della dieta quotidiana. Sul bordo di una finestra spicca una gabbietta che al tempo ospitava un uccellino. Il malcapitato era un salvavita ante litteram dato che sarebbe stato il primo a morire in caso di una fuga di gas. In questa cucina ricca di maioliche, si sperimentò la forchetta come la conosciamo oggi. Il ciambellano Gennaro Spadaccini ebbe l’idea di creare una forchetta più corta di quella allora esistente, curva, meno appuntita e soprattutto con 4 rebbi invece di 3. In questo modo il Re riuscì ad addentare con maggiore facilità i vermicelli di cui era ghiotto al punto da offrirli anche in occasione dei banchetti ufficiali. Per consentire al sovrano di mangiare al riparo da occhi e orecchie indiscreti, fu realizzata una tavola matematica sulla scorta del table muovant inventata da Loriot e fatta installare da Luigi XV nel Petit Trianon, nei giardini della reggia di Versailles.

I piatti preparati nelle cucine venivano portati sino alla Casina Cinese attraverso un sistema di cunicoli sotterranei e grazie a un industrioso meccanismo ligneo dotato di funi, pulegge e carrucole, arrivavano direttamente sulla tavola dotata di fori e già apparecchiata. In questo modo Ferdinando poteva intrattenersi con i commensali in massima riservatezza, probabilmente anche con Lucia Migliaccio, la nobildonna siciliana per cui perse la testa, al punto da sposarla morganaticamente alla morte della consorte, la Regina Maria Carolina D’Austria. “Il Museo Pitrè – commenta la direttrice Eliana Calandra –  è stato sottoposto negli ultimi anni a un accurato restauro ed ora è pronto a riaprire al pubblico col nuovo allestimento, che presenta alcune novità rispetto al precedente. Una delle quali è proprio la possibilità di visitare la seconda cucina reale della Palazzina, venuta alla luce durante i lavori di restauro. Ma abbiamo voluto anche realizzare un abaco della memoria per il fondatore del Museo: una sala in cui è ricostruito il suo studio, con la scrivania che gli fu donata dagli amici più cari, la piccola biblioteca, il suo ritratto, dipinto da Eleonora Arangi, persino i suoi oggetti d’uso quotidiano: penna e calamaio, quaderni d’appunti, occhialini. Un omaggio al medico ed etnoantropologo che salvò dall’oblio testimonianze preziose della nostra storia collettiva”.