Nonostante il virus e il blocco della cultura, il Soprintendente ha saputo creare una nuova maniera di vivere il Teatro e l’opera.Una rivoluzione, proprio come fece da assessorenella Palermo del post stragi

di Angelo Scuderi

La faccia di Palermo che non ha perso il suo fascino. E ci voleva poco in una città che ama inghiottire i suoi idoli dopo averli messi sul trono. Sarebbe stato un ottimo cardiologo e un meticoloso critico musicale perché la musica la suonava con dilettantesca passione, ma la capiva da professionista consumato. Il destino, non di rado, disegna però traiettorie strane. E così quel cardiologo cresciuto al Cervello nelle stanze scienziate del professor Geraci, è invece divenuto uno dei più apprezzati manager dell’industria culturale italiana. Si alzi il sipario su Francesco Giambrone, tratto distintivo ciuffo imbiancato, 64 anni di esperienza a corredo di un’anima dai rivoluzionari risvolti tipici dell’ardore giovanile. Uno che studia ogni giorno per tentare di chiudere quella collana di sogni che per sua scelta mai si chiuderà. Più giovane oggi che negli anni del liceo, quando il suo naturale carisma doveva combattere la battaglia impari con tempi a tutto rock. Lui, che invece melomane lo era già in culla.

Complice il destino se il camice bianco è chiuso in un cassetto. Auspice Leoluca Orlando, il sindaco che seppe assecondare l’azzardo di consegnare la reputazione di una città ancora martoriata dall’eco delle stragi al figlio dello storico capo di gabinetto di Piersanti Mattarella. Nel giro di niente quel cardiologo appena quarantenne seppe rianimare il cuore di Palermo. L’operazione richiese tanto denaro, quanto mai visto prima e dopo, ma soprattutto si giovò di idee, progetti, di vitalità e voglia di rischiare. Quasi tre decenni dopo quella stessa visione altra gli ha consentito di portare il Teatro Massimo sulle prime pagine di tutto il mondo. Alla faccia del virus e di ogni forma di rassegnazione. Ironia della sorte, l’opera site specific che ha fatto entrare il teatro Massimo nelle nostre case, s’intitola Il Crepuscolo dei Sogni. Ma non si è trattato di luce incerta, come vorrebbe l’etimo della parola, piuttosto di un occhio di bue che ha illuminato la grande intuizione di Giambrone e del suo team.

“Era necessaria – e sarà ancora necessaria per diverso tempo – una narrazione alternativa a quella, a volte prevalente, del mondo che sta per finire. Bisogna credere in ciò che si fa e le strade sono tante. Nel mondo del teatro c’è chi ha sostenuto che l’opera si potesse fare solo in presenza e quindi era meglio fermarsi. Questo è il filone dei rassegnati e degli sconfitti. Poi c’è un altro filone che ha accettato di fare l’opera in modo tradizionale, ma trasmettendola in Tv. Anche questa, se vogliamo, è una sconfitta, significa arrendersi all’ineluttabile. Noi, dopo lo smarrimento iniziale, ci siamo chiesti come non rassegnarsi e come provare a immaginare un’altra cosa, una cosa nuova, una cosa diversa. E abbiamo cominciato a battere altri percorsi narrativi, con idee diverse e con diversi strumenti e modalità. Questo ha rappresentato l’avventura de Il Crepuscolo dei sogni, un’opera che, per tanti versi, è il nostro presente. Non pensiate che non abbia provocato disagi, quando si percorre un sentiero nuovo si perdono quei punti di riferimento che garantiscono sicurezza. Nel nostro caso non si poteva avere un’idea di insieme sulla produzione. è stato necessario andare dentro il prodotto, seguire tutte le fasi della produzione da un video e non in sala, entrare nella saletta di post produzione per capire come lo spettacolo stesse prendendo forma, ragionare in maniera diversa e senza averne timore. Da questa esperienza possiamo dire tutti di avere acquisito un pezzo in più e che la contrapposizione con il metodo classico di rappresentazione è davvero sciocca. Abbiamo inseguito un altro sogno, per restare in tema”.

Francesco Giambrone, a ora di sogni, è una garanzia. Sapete qual era il suo da adolescente? Dirigere il teatro Massimo. E non è uno scherzo, chiamo a testimoniare un’intera generazione di complici di quell’epoca in cui il teatro in genere e l’opera in particolare occupavano una consistenza parte della sua esistenza. Averlo realizzato la dice lunga sulla caparbietà e serietà con cui ha affrontato il capitolo dei desideri. Molti, raggiunto l’obiettivo, magari si sarebbero sedati. Un pericolo che ritiene di non avere mai corso. 

“I sogni generano sogni, inseguire qualcosa e spostare il traguardo sempre un metro oltre ciò che si è raggiunto aiuta a evitare il rischio di accontentarsi. Poi la vita ci mette davanti a sfide che non avremmo mai immaginato, come nel caso della pandemia. E allora bisogna cambiare la direzione dei sogni”.

Cosa a cui, del resto, è abituato, da anni. In rapida sequenza: giornalista, cardiologo, assessore alla cultura, soprintendente del Massimo, di nuovo medico, soprintendente del Maggio Fiorentino, presidente del Conservatorio Bellini, nuovamente assessore e nuovamente soprintendente del Massimo.

“Chiusa la prima parentesi politica e di amministratore culturale sono tornato a fare il cardiologo con grande pace interiore. Credo di aver capito che tutto si tiene, di ogni esperienza c’è qualcosa che torna e che si rivelerà utile anche per quella successiva. è fondamentale l’attitudine all’ascolto, stabilire una relazione con la persona che ti sta davanti, sia esso un musicista o il pubblico, un impiegato oppure un attore. Per un medico fare una diagnosi è normale, è l’effetto della sua perizia e dei suoi studi, persino la terapia può essere la semplice applicazione di protocolli scientifici internazionali. Il tema fondamentale è ripartire dalla persona, è l’ascolto, entrare in relazione con gli altri. La narrazione è vitale. Del resto, il cardiologo nel suo agire quotidiano gestisce cose molto complicate, fa resuscitare ma sa di dover convivere anche con la sofferenza e con la morte. E questa è la parte che non mi manca, non ci si abitua mai alla morte, non fai mai il callo. Violetta in teatro muore tutte le sere e si tratta di passaggi che generano emozioni. Poi a sipario chiuso si alza e viene a cena con noi. Credo di essermi spiegato, le emozioni sono fondamentali momenti di vita, bisogna saperle coltivare nella dimensione che si ritiene più propizia per sé”.

Non le sembra che il Massimo sia il lato buono di una città che per molti aspetti non funziona più?

“Mi inorgoglisce che il teatro sia un punto di riferimento anche al di là della sua missione. Palermo ha dei problemi, sono sotto gli occhi di tutti: la gestione dei rifiuti, le bare accatastate. Però esiste una visione di città, e questo è fondamentale e strategico. E il Massimo è dentro questa visione, per questo sarebbe sbagliato definirlo un’isola felice e isolata. Perché è dentro questa visione che è stato possibile ottenere certi risultati. Omer Wellber viene a fare il direttore musicale condividendo un’idea di città e di teatro, una visione complessiva e il suo contesto. Cosa che vale più persino di un meraviglioso Parsifal. Non è per difendere Orlando a oltranza, ma quale città delle dimensioni di Palermo, con i suoi problemi e in questo momento storico può dirsi esente da malfunzionamenti? E quante altre metropoli moderne hanno saputo darsi una visione di prospettiva e di futuro? Fondamentale è non rassegnarsi. E, insisto, avere una visione sempre proiettata verso il futuro”.

Ricorda la prima volta che è entrato al teatro Massimo?

“Certo, fu per una Traviata poco prima della chiusura del teatro. Allora utilizzai le tessere che metteva a disposizione il mio liceo, il Garibaldi. E subito dopo – siamo nei primi anni ’70 – assistetti alla clamorosa contestazione contro Luciano Berio, ricordi indimenticabili, la platea contro il loggione. Poi nel 1980 cominciai a scrivere le prime recensioni per il Giornale di Sicilia. Il Teatro era già chiuso, ma gli uffici rimasero a Piazza Verdi e quindi dopo le interviste riuscivo qualche volta a intrufolarmi nella storica sala. Mi si parava davanti un gigante muto, nel cuore mi sono portato inconsapevolmente il suono tetro di un teatro fermo. Non potete immaginare quando questo suono è riapparso nella mia memoria…”

Il suo fantasma del palcoscenico…

“Esattamente. Durante il primo lockdown, uscendo dal mio ufficio mi sono trovato da solo in platea e ho avuto la stessa sensazione di allora. Il suono del teatro fermo. Non chiuso, ma fermo. Un deja vu che mi turba ancora oggi che lo racconto a distanza di un anno. Ho chiamato i collaboratori che erano negli uffici e ho chiesto loro di restare con me ad ascoltare il terribile effetto sonoro di un teatro fermo. Una cosa che non dobbiamo più permettere”.

La pandemia ha creato una frattura profonda tra il mondo della cultura e la politica.

“Se c’è stato un periodo in cui era necessario fermarsi è anche vero che è venuto il tempo per riaprire. Nel rispetto delle norme di sicurezza, s’intende, con ogni accorgimento indispensabile per tutelare la salute dei cittadini e di quanti lavorano nello spettacolo. Per fortuna Draghi, nel suo primo vero discorso da premier ha detto parole che vanno in questa direzione. Lo ha detto un banchiere, non un umanista: un rischio e un danno per lo spirito, questo è ciò che rappresenta la chiusura dei luoghi di cultura. Siamo chiusi già da un anno e non si è mai riflettuto sul fatto che i teatri sono fondamentali per costruire il senso di essere comunità, per ricostruire quello che il virus ha distrutto in varie sue sfumature. Per ricrearlo bisogna riaprire i teatri. Cito Grassi e Strelher: i teatri sono il luogo in cui una comunità liberamente riunita si ritrova per ascoltare una parola che influenzerà i singoli nella loro futura responsabilità di cittadini. Del resto, lo Stato perché dovrebbe investirebbe tante risorse nei teatri se non fosse convinto che è proprio lì che si formano identità culturale e senso della comunità. Metterebbe tutti questi soldi- che non sono mai troppi ma sono tanti – solo per farci vedere Traviata? Ma andiamo, non scherziamo. Molti mi dicono di non illudermi, di non contare troppo sulle parole di Draghi. Ma intanto le ha dette e questo è un fatto non banale e non scontato. Vedremo se seguiranno fatti”.

Quante volte ritiene di aver salito la scalinata e di aver varcato il magico ingresso del Massimo?

“Vediamo, 10 anni da sovrintendente, una quindicina da critico musicale e poi il periodo da spettatore… Possiamo contarle a migliaia”.

C’è sempre lo stesso stupore?

“Lo stupore c’è sempre, ma non è mai uguale, si rinnova di cose nuove, di nuovi incontri, di pensieri generati da artisti diversi. In Europa i teatri lirici si chiamano case d’opera. Ecco, il Massimo vive dentro di me come una casa non solo strettamente legata allo spettacolo ma che riesce a rinnovarmi le emozioni anche grazie a tutto il resto”.

Nel 1999, anno della sua prima nomina, Palermo contendeva il primato della vivacità culturale a molte metropoli europee. E il teatro, ad appena un anno dalla sua riapertura totale, contribuì ad aumentarne l’appeal. Nel 2014, data del suo ritorno, il contesto che ha trovato era abbastanza diverso, anche all’interno dello stesso teatro.

“La prima cosa che chiesi fu lo stato di salute del teatro. Mi si disse che il bilancio era a posto. Ma io chiesi anche altri parametri: il numero dei posti occupati in sala nell’ultimo anno e i giorni di apertura. Risposta: 54% dei posti in sala, teatro aperto un giorno sì e due no. Dovevo intendere che un teatro può definirsi in buona salute se ha la metà dei posti vuoti in platea e sta più chiuso che aperto? Nel 2019, ultimo dato significativo prima della pandemia, abbiamo registrato un 86% di posti occupati e siamo stati aperti due giorni su tre. Il teatro per essere in salute deve avere un bilancio sano, ma essere per tutti e non per pochi”.

Il prossimo sogno è facile da individuare: ritrovare il pubblico…

“Sicuro, ma non per essere solo uguali a prima. Abbiamo il grande desiderio di confrontarci con una realtà che garantisca la possibilità di scegliere anche le ultime strade già percorse. Del resto, anche quando si tratta di classici e repertorio, l’opera non è mai uguale. E non lo sarà neanche il teatro. Non dicevamo prima che delle esperienze passate si trattiene tutto?”

Lei è stato il biglietto da visita del rinascimento di Palermo, l’assessore alla Cultura che seppe coniugare la politica dei grandi eventi con un percorso di base capace di valorizzare quella generazione di fenomeni – Luigi Lo Cascio, Claudio Gioè, Roberto Andò, solo per citare i più noti – che ancora oggi rappresenta la nostra gioielleria in giro per l’Italia e per il mondo. Palermo di Scena non era solo un nome azzeccato, ma l’essenza di una vera rappresentazione del vissuto e del percepito di quell’epoca. Ha mai pensato che potrebbe essere lei il Giambrone successore di Orlando e non, come si dice, suo fratello Fabio?

“No, per niente. Neanche per un secondo”.

Neanche se glielo chiedessero a destra e a manca? Cioè, se sul suo nome convergessero anche quelli attualmente definibili nemici ra cuntintizza?

“Non penso di averne le qualità, sono consapevole dei miei limiti e di ciò che posso dare. Amo Palermo, ma per fare il sindaco sono necessarie doti caratteriali che non penso di avere”. Fine della sinfonia, sipario. E applausi. Forse persino da quel loggione intransigente che ha cominciato a fischiare l’opera di Orlando.