C’era una volta un bambino che sognava in grande.L’inedito ritratto di Francesco Bruni, lo skipper che con Luna Rossa proverà a portare in Italia la America’s Cup. Parla la sua prima insegnante, il racconto di una famiglia con la vocazione per la vela, dal padre Ubaldo alla madre Giada, ai fratelli Gabriele e Marco.E di un campioncino che già a 6 anni faceva vedere di che pasta era fatto

di Geraldina Piazza

Estate, esterno giorno, Club Canottieri Roggero di Lauria.
I bambini arrivano alla spicciolata. In fondo intravedo Giada, trafelata, con tre marmocchi al seguito. Francesco, il più grande, uguale alla sua mamma, Gabriele, tanto biondo da sembrare albino, ma sempre con faccia Guccione, e Marco, il più piccolo, cicciottello e totalmente disinteressato ai suoi fratelli.
Ubaldo, velista appassionato, regatante e competitivo fino al midollo, fino alle regate master dell’ultimo periodo, e Giada, che con i velisti della sua famiglia ha convissuto tutta la vita, facendo anche lei i corsi Olimpia (così venivano chiamati i corsi per principianti cinquant’anni fa), e regatando con i suoi fratelli quando le ragazze al massimo facevano le regatine sociali, avevano trovato naturale avvicinare i loro figli alla vela nel circolo dove avevano trascorso l’adolescenza.
E io mi ero trovata nel posto giusto al momento giusto. Cercavo di amministrare questo gruppo di allievi con attenzione. Cominciavano tutti con l’Optimist, la barca più piccola della flotta di derive, adatta a essere condotta da bambini. Francesco, Checco per tutti, si distinse subito. Era fra i più piccoli, ma la sua grinta faceva per dieci. Mentre Gabriele, detto Ganga, restava in seconda fila più timido e introverso. Marco non aveva ancora l’età e, francamente, sembrava più interessato a giocare a palla che alla vela.
Quando iniziarono loro il periodo era un po’ ruspante. Io seguivo i bambini da una barca più grande e, con voce possente, dicevo loro le manovre da fare. Non esistevano squadre agonistiche, allenatori, gommoni, pulmini che ti accompagnano o altre comodità. L’unica realtà strutturata era la Federazione Italiana Vela, che a Livorno aveva una base logistica imponente che si appoggiava, per dormire, mangiare e fare lezione, al Centro Federale di Tirrenia, poco distante, dove, ogni tanto, incontravamo sui campi Mennea o la Simeoni.
Checco era un “tattico”. E non si perdeva mai d’animo. Ricordo che ai raduni, anche se faceva una brutta partenza, rimontava, posizione su posizione, senza mollare mai. Era una certezza. E si è visto anche in una delle ultime prove della Prada Cup in cui sono stati in svantaggio per un po’.
E anche negli incroci, fra barca e barca, non l’ho mai sentito imprecare, dire una parolaccia o tentare una forzatura poco corretta. Ci sono ragazzini che fanno della prepotenza la loro cifra, un punto di forza a cui affidarsi. I ragazzi Bruni sono conosciuti per il loro fair play. E non è poco.
Accedere ai raduni di Livorno era un traguardo importante. Ne venivano scelti sei-otto da ogni regione, per ogni categoria, e si andava una volta l’anno. Poi, se brillavi fra sessanta-ottanta ragazzi, venivi selezionato per far parte della Nazionale e avevi modo di allenarti anche una volta al mese.
Il massimo che avevamo al Centro di Preparazione Olimpica era una lavagna illuminata e un televisore dove osservare i filmati della federazione.

Io lavoravo con le squadre giovanili già da un po’ e, a ogni convocazione, mi ritrovavo in aeroporto con tutte le mamme che mi pigolavano intorno affidandomi i loro figli.
Quell’estate, per gli optimist, ne partirono solo sei e Checco era fra questi. Lui era il più piccolo del gruppo e, in quel raduno, non brillò. Quindi non fu scelto. Ma bastò un altro anno di allenamenti al circolo e regate in zona per vederlo spiccare fra tutti.
Ubaldo, che era un velista brillante e spesso vincitore di coppe e trofei, li seguiva in modo pressante. Ogni uscita o regatina me lo trovavo dietro ai figli per controllarli e incoraggiarli, e più di una volta ho dovuto pregarlo di allontanarsi!
Giada, invece, correva affannata da una parte all’altra della città accompagnandoli e prendendoli da scuola, piscina, inglese (“È fondamentale, vi aprirà tutte le porte, dovete studiarlo!”) e cercando di realizzarsi nei corsi di restauro. Per poi caricarsi la barca sul tetto o sul carrello, e accompagnare i ragazzi in giro per l’Italia. Chissà se verrà mai riconosciuta una coppa o una medaglia alle mamme che si sono spese per accontentare i propri figli nelle loro passioni…dovrei proporla!
Ma lei, silenziosamente, osservava e lasciava fare.
E così i ragazzi, senza pesi o catene, hanno potuto prendere il volo, tra campionati italiani, mondiali e Olimpiadi, per poi approdare alla vela d’altura di alto rango. Non senza aver prima pensato bene di aprire una piccola veleria a Palermo, in cui Marco amministra tutto il lavoro quando i fratelli non ci sono.
Quindi l’ingresso nel circo della Coppa America.
Mondo rutilante e colorato ma denso di sacrifici e scomodità, poiché costringe tutti i team che girano intorno a una barca (non ci sono solo gli atleti, ma un mondo variegato di persone che si occupano di mille aspetti sconosciuti ai non addetti ai lavori).
Novella, moglie di Checco – “la migliore moglie del mondo” secondo Giada – lo ha seguito in ogni sua tappa, prima da sola e ora con due bambini al seguito, Ubaldo, più grande e Vanina, bionda monella riccioluta. Non penso sia facile per una donna ritagliarsi un ruolo in una storia così “maschile”. Eppure sono convinta che Checco, senza Novella, non sarebbe arrivato dov’è, perché sapere che qualcuno che ami e di cui ti fidi, provvede ai tuoi figli e alleggerisce la tua vita quotidiana è fondamentale. Del resto la grande casa dei Bruni, a Danisinni, col giardino e gli animali, resta sempre la base operativa di questa grande e compatta famiglia che ha saputo amministrare i propri figli, e ora anche i nipoti, come ogni buon capitano farebbe.
“Giada ma come fanno con la scuola?” – “Hanno sempre frequentato scuole internazionali, e ora sono seguiti a distanza da un tutor che supera il gap del fuso orario lavorando alle 20”. “Poveri tutti, e anche Novella, costretta a spostarsi di continente in continente” – “Veramente l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto. Mica vanno a lavorare in miniera! Vedono posti bellissimi, stanno con gente simpatica, Checco fa un lavoro che gli piace…che dici?”!!!
Dico che ha ragione. Probabilmente è come passare la giornata su un ottovolante, ma, se non hai le vertigini e la vita ti incuriosisce, what else?