L’evoluzione della Bellavia ricami spa raccontata dalla sua seconda generazione. Dalla connotazione locale ai mercatiinternazionali, puntando con coraggio sull’innovazione tecnica e sulla multimedialità. E con la forza di un nuovo marchio

di Donatella Spadaro

È una storia imprenditoriale tessuta con colori fantasiosi in cui la manualità, la creatività e l’inventiva si intrecciano in un disegno impregnato di usi e costumi, di bellezza, di mercati in cambiamento. Quello dei Bellavia è il racconto di una famiglia palermitana dalle mani d’oro e dalle menti camaleontiche. È un made in Italy con più di sessanta anni di storia che si rinnova, partendo da una connotazione locale per approdare a un linguaggio multimediale e internazionale. Uno pragmatico e tradizionalista, l’altro ingegnoso e progressista: i due fratelli Bellavia, Giuseppe e Carlo, entrambi dottori in economia, seconda generazione al timone dell’azienda, amalgamano temperamento e attitudini in quella che è oggi la Bellavia Ricami S.p.A., l’azienda ereditata dal padre Isidoro. Un uomo lungimirante, con una vena imprenditoriale spiccata, che negli anni ’60 ha reso il ricamo manuale sul lino un vero e proprio brand siciliano. Erano gli anni del corredo, quello inteso alla vecchia maniera del Sud. Un investimento oneroso per le famiglie, e non solo per quelle abbienti. Ed erano le sarte delle famiglie contadine della zona di Alcamo e Partinico che, fino agli anni ’80, confezionavano i lavori di ricamo commissionati dalla famiglia Bellavia. Contemporaneamente, Isidoro stringeva accordi con le imprese artigiane di ricamo tessile dell’isola di Madeira, in Portogallo, importando e commercializzando prodotti manifatturieri di pregio ma prêt-à-porter. Negli anni ’90 la manodopera locale cominciava a scarseggiare; le figlie delle sarte di una volta si indirizzavano a nuove occupazioni. Negli anni del 2000 i mercati divenivano sempre più veloci, esigenti, tecnologici. Cambiano anche le abitudini di convivialità, segnate dall’arrivo del finger food e dalla predilezione per i buffet, e, in generale, da un minore legame con la tradizione. È necessario un cambio di marcia e nel 2016 Carlo Bellavia fonda il marchio The Napking, un brand giovane e cosmopolita, che rappresenta l’avanguardia dell’azienda e, ben presto, anche il suo core business.

Carlo, come si è adattato il marchio Bellavia all’evoluzione del mercato tessile siciliano?

Il mercato è stato segnato negli anni dal costante aumento del costo della manodopera, che non consentiva di mantenere prezzi bassi e compatibili rispetto alle produzioni industrializzate. Parallelamente ha subito la sempre minore disponibilità degli stessi artigiani. Oggi ci siamo delocalizzati, abbiamo qualche ricamatrice in azienda per piccoli lavori, ma ricerchiamo all’estero la migliore manodopera per le grosse produzioni. In Albania, in Madagascar, a Madeira. In Asia a volte.

Sono cambiate anche le abitudini dei clienti?

Sicuramente. L’evoluzione è andata di pari passo con il cambiamento degli stili di vita, dei gusti, del lavoro del mondo femminile. Il lavoro artigianale non è stato più tramandato e il mercato del tessile è stato condizionato da una serie di dinamiche sociali e da un cambio del gusto, che ha segnato una variazione dei consumi anche  in un contesto così tradizionalistico come il nostro. è cambiato il modo di vivere la casa e di arricchirla di cose preziose, e l’esigenza del corredo, intesa in questo senso, è un’abitudine che è venuta meno. E non è solo una questione di mercati, ma proprio di predisposizione dei giovani verso queste cose. La tecnologia ha dato sollecitazioni diverse. Una ragazza, in vista del matrimonio, preferisce piuttosto uno smartphone o un elettrodomestico di ultima generazione. Solo intorno ai quarant’anni le donne tornano a riconoscere il valore di una tovaglia ricamata o delle lenzuola di lino. 

A un certo punto sentite l’esigenza di dare una reazione al mercato. 

Era il 2016 e, come da un po’ di anni, presentavamo i nostri prodotti ricamati a mano alle fiere di settore in Europa. Ogni qualvolta proponevamo le tovaglie ci chiedevano i tovaglioli. Il processo inverso di ciò che avviene in Italia. Quell’anno decisi di cambiare l’offerta e presentai solo tovaglioli di puro lino ricamati a mano, in diverse collezioni allestite con un packaging accattivante e contrassegnate dal marchio The Napking, dal gioco di parole tra “napkin” (tovagliolo n.d.r.) e “king”. Ottenemmo un riscontro immediato, soprattutto da parte della clientela americana. È l’inizio di un cambiamento epocale per noi. “The Napking” diventa in pochi anni un brand internazionale, che rappresenta l’avanguardia della nostra azienda e che in seguito ha portato anche una soluzione innovativa nella tecnologia di produzione.

Come avvenne questo cambiamento?

Nel 2018, a Francoforte, decisi di provare la stampa digitale su puro lino. Mi piaceva l’idea di rendere fotograficamente visibile la bellezza dei nostri tessili, valorizzarla con disegni enormi e colorati. Nelle foto, il ricamo non aveva questa potenza espressiva. Ricercai i migliori disegnatori e riuscimmo a sviluppare una piccola collezione di stampe digitali su runner, tovagliette e tovaglie. Quell’anno, alla fiera di Parigi, l’idea esplose. Grandi aziende a livello mondiale si complimentarono per l’idea innovativa. Un motivo di grande soddisfazione che ci fece continuare il percorso su cui oggi investiamo non solo dal punto di vista finanziario ma anche in termini di creatività, coinvolgendo artisti locali e internazionali per le decorazioni.

Il ricamo ha subito una sorta di “declassazione”?

Non direi, il ricamo non è stato surclassato ma solo affiancato dal digitale che ha un appeal differente. Il lino è stato il filo conduttore di tutte le produzioni, dalla nascita del brand a oggi e la ricerca della qualità è sempre stata una costante.  Per esempio  nei prodotti stampati abbiamo un approccio che è una piccola “follia”, di cui però siamo orgogliosi. Il pattern non si ripete mai uguale nelle diverse misure del prodotto, ma si adatta con un concetto grafico e una proporzione studiata ad hoc. è un procedimento più costoso, ma la resa sul prodotto è nettamente diversa. La forte identità del nostro marchio ha nobilitato il lavoro della stampa digitale con un processo artigianale. 

A quali mercati si rivolge The Napking?

Puntiamo molto all’estero. Il cliente internazionale ha abitudini diverse, predilige mangiare in piedi. I tovaglioli ricamati a mano vengono messi nei buffet insieme ai piatti, per consentire agli ospiti di poter girare e socializzare. Un modo di vivere la casa diverso da quello italiano. Vendiamo in tutta Europa, ma soprattutto negli Stati Uniti, in Australia, e in piccola parte negli Emirati Arabi. Vogliamo espanderci nei mercati asiatici e dalla prossima stagione lanceremo dei complementi di arredo per ampliare l’offerta del brand. 

Qualche interlocutore più risonante?

Siamo presenti con i nostri prodotti al Getty Museum di Los Angeles e abbiamo ricevuto l’interesse di brand come Armani e Home Goods. 

E quali sono i canali di acquisto?

Fino alle recenti limitazioni date dal Covid, sicuramente le fiere internazionali di settore, tramite le quali riusciamo a mantenere contatti con la clientela o avviare nuovi sbocchi commerciali. E poi sfruttiamo la forza dirompente dei canali social, Facebook ma soprattutto Instagram. Attraverso le storie riceviamo direttamente gli ordini. 

Qualche numero?

L’export rappresenta il 50 per cento del nostro fatturato. Con un incremento considerevole nell’ultimo triennio. Da noi lavorano quattordici persone, distribuite nei vari settori: disegno, ricamo, vendita e comunicazione. Abbiamo rimodulato l’azienda anche in termine di personale con l’ingresso di dipendenti specializzati nella multimedialità. E sono rimasti “gli storici”, persone che lavorano con noi da più di trent’anni. Recentemente è andato in pensione un dipendente dopo 42 anni di servizio. 

Oggi quanto vale la gestione familiare in un’azienda?

Molto. Tutta la mia famiglia è sempre stata coinvolta all’interno dell’azienda: mio papà, mia mamma e noi figli. Ricordo pranzi in cui non si parlava di calcio o di fatti di cronaca. Si parlava di lavoro. Alla morte dei nostri genitori, noi fratelli ci siamo ritrovati a continuare il loro percorso. La presenza di mio padre, venuto a mancare nel 2016, era fondamentale perché aveva maturato un’esperienza infinita e una visione globale del settore. Aveva sempre una soluzione per risolvere qualsiasi  criticità. Oggi, mio fratello si occupa della parte dei ricami e della gestione della vendita al dettaglio in negozio, io gestisco sia la parte ricamata che quella della stampa digitale di The Napking. 

Cosa ne penserebbe oggi suo padre di The Napking?

Mio padre conobbe il marchio ma purtroppo non ha vissuto i suoi sviluppi. Una volta misi duecento tovaglioli della nuova produzione in un tavolo da riunione, lui entrò e gli chiesi “Che ne pensi?”. Lui guardò e mi rispose semplicemente “Puoi continuare”. Era il suo modo per darci la sua approvazione. 

““The Napking” diventa in pochi anni un brand dal valore internazionale nel quale l’azieda investe anche in termini di creatività, coinvolgendo i migliori artisti per le decorazioni”