Sopravvivere e viverein questo universo chiamato città

di Angelo Scuderi

Il dialogo tra un palermitano e un non so. Il mai dimenticato Giorgio Gaber ne avrebbe fatto un capolavoro di ironia, perché per cogliere le infinite sfumature della nostra razza bastarda (senza offesa…) bisogna mantenere il giusto distacco. Il non so sarebbe il narratore ideale di questa inafferrabile Palermo. In parole povere è necessario non essere nato qui, bisogna guardarla da fuori questa fioritura di anime belle e sporche, gentili e vastase, sognatrici e rassegnate. Un campionario che minimo minimo fa pensare all’incoerenza, ma poi se riesci a superare lo strato della superficialità puoi scoprire che tutte quelle sfumature, sì contraddittorie ma non escludenti l’un l’altra, sono frutto di una confusione quotidiana che ti seduce fino a condizionarti il pensiero.

Forse è questo il motivo per cui non è mai stato scritto il romanzo di Palermo, come spesso hanno sottolineato gli intellettuali che si sono cimentati nella ricerca dell’opera letteraria che meglio identificasse la nostra città. Palermo, un’anima, tante anime. Forse troppe. Non sono mancanti i letterati, i poeti e gli interpreti che ne hanno saputo disegnare gli angoli retti e anche quelli acuti. Nella nostra nazionale della palermitanità convocheremmo Franco Scaldati e Gigi Burruano, Franco Maresco e Fulvio Abbate, Enzo Sellerio e Letizia Battaglia, Roberto Alajmo e Giosuè Calaciura, Michele Perriera e Mimmo Cuticchio. L’ultimo posto potrebbe essere di Emma Dante, con qualche riserva. E poi ci sono gli stranieri, quelli che Palermo l’hanno respirata ma anche ignorata volutamente, scegliendo di battere altre strade, più universali o all’opposto, più di nicchia. Pensiamo a Leonardo Sciascia o a Peppuccio Tornatore, a Ignazio Buttitta o a Rosa Balistreri. Se i loro occhi avessero guardato Palermo nello stesso istante e con la stessa intenzione ecco che il racconto della Palermo contemporanea sarebbe stato compiuto.

Un fatto è certo, per essere palermitano devi pensare palermitano e viceversa. Le origini sono importanti, ma è il clima di Palermo a forgiarti, è contagioso, ammaliante, avvolgente. E, ovviamente, non ci riferiamo alle temperature. Per alcuni è anche ammorbante, perché ad una certa venatura snob non sappiamo rinunciare. Chi parla di Palermo deve stare attento, facile scivolare nelle pozzanghere della banalità. Figurarsi poi se mettiamo mano ai palermitani, perché tutti bravi a dire che la città è lurida da fare ribrezzo, ma fermiamoci qui perché non appena si scende sul piano delle responsabilità di chi sporca o non pulisce finisce a schifiu. 

Del resto Palermo e i palermitani non sono la stessa cosa, ma più passano gli anni e più la prima, a forza di colpi d’anca, prova a prendersi la scena. L’estetica che prevale sull’etica, la bellezza che soppianta il giusto, che sarebbero le regole di civiltà e di buon comportamento. La storia di Palermo è abbacinante, oseremmo dire ingombrante per qualsiasi popolo. Però c’è sempre quel però che non può suonare come assoluzione, ma che non vogliamo diventi perenne condanna. Siamo ultimi nelle classifiche di vivibilità se si misura la qualità della vita in ordine ai servizi pubblici. Saremmo primi se la qualità della vita tenesse conto di ciò che innalza l’anima, se a portar punti nel tabellino fossero il gusto, la vista e l’odorato. 

Questa consapevolezza è il nostro alibi, la voce segreta di una carta d’identità che ti rilasciano solo in viale Lazio. Siamo belli non per merito e brutti per colpa. In questi due opposti si annaca la nostra anima. Già, l’annacata, valla a spiegare agli stranieri di Villa San Giovanni. Mistero misterioso, come mizzica che non è la versione pulita di minchia. Mizzica e l’annacata, parole che noi ci portiamo dentro, l’acqua battesimale con la quale ci trasmettono la lingua del popolo. Una fede, libero tu di farne uso durante il tuo cammino. Ricorrere al dialetto, talvolta, è vitale perché descrive con più precisione l’essere palermitano.

Avete presente il termine facciolo? Se ci si ferma alla traduzione prevale il senso dispregiativo, ma se invece andiamo alle radici dell’etimo ci accorgiamo che nell’essere bifronte c’è una buona parte della nostra essenza, di questa attitudine a utilizzare le due facce per interpretare una realtà che “è come un uccello, devi immaginare da che parte sta” (cit. il signor G, again). La vita ci insegna che da via Libertà al Borgo è un attimo e non solo in senso stradale. E da qui nasce l’esigenza di sentirsi adeguati in contesti diversi, per sapersi giocare la partita a parità di lingua, modi e atteggiamenti da qualsiasi parte della nostra intrecciata città. Badiamo bene, essere facciolo esclude il mutamento improvviso, l’ondeggiare da una parte all’altra per calcolo e convenienza. Quello si chiamerebbe cancia banniera ed è chiaro che si parla d’altro.  Invece all’ombra del Monte siamo faccioli per indole, orgogliosamente faccioli, sfrontatamente faccioli. è un requisito primario per non perdersi nei meandri delle contraddizioni e non prendere il primo treno con biglietto di sola andata.

E’ l’unica maniera per identificarsi con una città coltivata con semi diversi e che della sua diversità mai s’è lamentata, anche quando l’omologazione culturale di una parte consistente dell’Occidente europeo imponeva altri modelli. Roma non ci ha contagiato, figurarsi Milano. Spirava il venticello della contestazione, noi magari s’era incazzati ma mai veramente rivoluzionari. Non è cosa nostra rovesciare l’esistente, che quattro piste ciclabili, seppure fatte alla cazzo di cane, ci mettono in crisi. Siamo conservatori, o forse più precisamente, abitudinari, perché anche quando ci buttiamo dalla parte del rinnovamento amiamo duplicarlo all’infinito, sino a prosciugarlo quel rinnovamento.

Essere palermitani non è facile, non lo è mai stato. Ci raccontiamo dei nostri quarti di nobiltà, ma lo stemma è del tutto sbiadito, la borghesia illuminata è leggenda buona per i nipoti, men che meno è (ed è stata) presente quella operosa. Ci riempiamo la bocca con i Florio senza conoscerne a fondo la storia, limitandoci a glorificare il giornale L’ora e la mitica corsa automobilistica oggi oggetto di liti e controversie. Nelle nostre vene, sempre più spesso, il disincanto imbavaglia il genio che pure è tanto e abbastanza visibile, specie nel campo delle professioni. Siamo un milione in questa nostra Palermo, eppure siamo rimasti provinciali, anche per l’urbanizzazione scriteriata del secolo scorso che non ci ha consentito un adeguato svezzamento. E così siamo beati nella terra di mezzo. Nostalgici di una stagione che sembrava promettere la nouvelle cousine, ma invece pervicacemente ancorati al pane e panelle. Da noi, in ogni campo, ci si aspetta poco. Lo sappiamo e ci siamo fatti furbi, ormai capaci di trasformare questo handicap in una risorsa. Ce lo ha insegnato il nostro signore della politica, quello che si è impossessato, con il nostro consenso, della parola sindaco. Ciò che abbiamo, in termini di intelletto e capacità, lo sappiamo vendere bene. Per questo, il più delle volte, cu nesci arrinesci.

L’altra faccia della medaglia? Tra i primi 5 desideri di un palermitano c’è quello di comprare la casa in cui si è cresciuti. Il sottinteso: ccà vogghiu moriri. Che non è poi una sorte così orrenda, tutt’altro.  Dovremmo cominciare a spiegare più spesso  al resto del mondo che noi non abbiamo soltanto il sole e il mare, ma anche una cosa che si chiama genuinità che ci scorre nelle vene. Avete presente Li’l Abner? Scovatelo nelle librerie dell’usato questo fumetto che restituisce onore all’antieroe. Fatti non fummo per le grandi imprese e non ce ne dogliamo. Togli i malacarne, presenti in ogni latitudine – ma che a Palermo girano senza maschera – e trovi anime belle, nelle piazze popolari e nelle zone borghesi. Ma ,come detto, non inclini alle rivoluzioni e per questo magari refrattari ai cambiamenti repentini, vissuti come angherie e soprusi. Proprio come una pista ciclabile che spacca una strada (e non solo…) e ci fa parcheggiare nel mezzo della carreggiata. Ma c’è cuore, a volte più che testa e ciò alla lunga è una virtù. C’è genio e fantasia che consentono di superare a sinistra un disagio sociale che spesso confina con povertà e degrado. Isolani lo siamo sempre, isolati forse mai stati, le barriere del provincialismo di cui sopra stiamo imparando a superarle. L’omologazione non ci ha contagiato, almeno non del tutto e forse perché un po’ ci abbutta rincorrere modelli costruiti da altri. 

Però ragionare con i palermitani è bello. Certamente stimolante, anche se a volte poco costruttivo, perché i ma e i se complicano la trama. Ma è proprio bello, come a pasta chi sardi che mette dentro colori, odori e sapori, piatto semplice ma che fa selezione tra cuochi e chef, tra semplicità e classe, materie che sappiamo miscelare. Siamo filosofi di strada, perché sulla strada s’imparano i trucchi dell’esistenza. Per questo sappiamo sopravvivere e all’occorrenza anche vivere con lustro e dignità una vita inventata giorno per giorno. E come finisce si conta.