"La Sicilia è sempre stata l’ultima spiaggiaper chi vuole buttare fumo negli occhi”Il suo testo descrisse 10 anni fa il sensodel più controverso verbo della lingua sicilianaSentite adesso gli aggiornamenti…

di Daniela Tornatore

Muoversi il massimo per spostarsi il minimo. In fondo il senso dell’annacarsi è tutto qui. Parola di Roberto Alajmo, uno che già dieci anni fa ne ha fatto un libro. Anzi, un’arte: “L’arte di annacarsi” (edizioni Laterza). 

“Sembra sempre l’inizio di una rivoluzione – spiega il giornalista e scrittore palermitano – l’annuncio di un cambiamento epocale, per poi scoprire che non succede niente”. 

‘Annacare o annacarsi’ in dialetto siciliano è un verbo insidioso, contraddittorio. Vuol dire una cosa e il suo contrario. Se dici ‘annàcati’, significa ‘sbrigati’. Se dici ‘non ti annacare’, vuol dire ‘non perdere tempo’. In italiano è intraducibile. Il verbo che più ci si avvicina è ‘cullare’, ma non è proprio la stessa cosa. E anche lì il significato è il contrario di se stesso: muovere un bambino per farlo addormentare, senza di fatto spostarlo di un centimetro. Del resto, quella che i palermitani chiamano annacata è una parola che deriva dal greco ‘nake’, ovvero ‘culla’. E non è raro sentirla chiamare ‘naca’ in certi paesi della Sicilia e della Calabria. Perché – diciamo le cose come stanno – l’arte di annacarsi è tipicamente siciliana, al massimo meridionale.

“Produciamo grandi figure alla Cagliostro – spiega Alajmo – e le importiamo pure. La Sicilia è sempre stata l’ultima spiaggia di avventurieri che cercano di gettare fumo negli occhi”.

Annacarsi, dunque…

“Facciamo grandi giri per poi tornare al punto di partenza, e poi si ricomincia. Gli esempi sarebbero tanti. Sul fronte dell’antimafia questo concetto è lampante. Dopo le stragi del ‘92 abbiamo creato una grande sollevazione popolare, ma poi tutto è finito in un grande imbuto. Sono movimenti tellurici che lasciano le cose esattamente dov’erano. A Palermo abbiamo rivoluzionato il tema della manutenzione delle strade, per arrivare a una situazione identica a quella di prima, se non peggiore. Non c’è niente che rimanga davvero stabile. Non c’è fioriera, isola pedonale, pista ciclabile che non possa essere spazzata via da un colpo di vernice”.

Ma quanto ci ‘annachiamo’ nella vita di tutti i giorni?

“Nella mia percezione, molto. La politica degli annunci è ormai sdoganata. Hanno sempre di più il fiato corto. Annunciamo provvedimenti, facciamo conferenze stampa e appena finite, ecco che i provvedimenti si arenano per mancanza di norme applicative. Vogliamo restare nell’attualità? E allora parliamo dell’emergenza Covid. Se invece andiamo più indietro nel tempo, temo che l’autonomia siciliana sia stata l’antesignana dell’annacamento, ne ha favorito la versione più evoluta. Molta schiuma, molti documenti, molto fumo e pochissimo arrosto.   

Altro esempio tutto palermitano di annacamento?

“Un altro esempio tutto palermitano dell’annacamento sono i cantieri, che incarnano l’apparenza del fervore lavorativo. Nel mio libro facevo la distinzione tra cantiere e transennamento. Le transenne abbondano, i cantieri intesi come lavoratori all’opera sono un discorso molto diverso. Sia quelli pubblici, sia quelli privati. Certe volte penso che Palermo sia come una macchia sul ciglio della strada: da lontano ti sembra qualcosa di inanimato, una carcassa; avvicinandoti hai la sensazione che ci sia qualche movimento, una forma di vita; quando sei lì, scopri che sono i vermi che la stanno divorando”.

Terribile…

“Sì, terribile. Ma tant’è…”.

E lei? Si è mai annacato nella vita?

“Cerco di non farlo per il semplice motivo che sono molto pigro e il movimento mi provoca grande fatica. Lo spostamento tanto di più. Ecco perché preferisco giocare a tennis, invece che correre o nuotare. Il tennis è uno sport nel quale, comunque, stai lì e combatti per un risultato. Penso di essere un siciliano atipico, da questo punto di vista. Mi annaco poco. Non mi piacciono le persone che fanno annunci prima di dare sostanza alle cose. Uno dei siciliani migliori che abbia conosciuto nella vita è il mio editore, Antonio Sellerio, un uomo che fa le cose senza dirle, che realizza più di quanto annunci. Una dote rarissima. Sarà che ha studiato a Milano, non promette se sa di non potere mantenere. E qualche volta non promette nemmeno sapendo di potere mantenere. 

Perché ‘annacarsi’ ha anche un altro significato, quello di darsi delle arie…

“Certo, e anche in quel caso il senso è coerente. Chi si dà delle arie, parla ma poi non realizza. I meridionali migliori non si annacano, tengono un profilo basso. Credo di poter dire che mai Leonardo Sciascia si sarebbe gonfiato il petto per farsi più grande di quello che era..